Il mio nuovo universo.

My Sea of Loathing è ormai il dominio di questo mio blog, che non posso più cambiare, non rinnegheró mai dove per ben oltre 10 anni sono stata. Ho nuotato fra le onde del mio mare di disgusto, infranto i miei scogli di ansia, ho annegato spesso nell’odio, nella disperazione , nel panico , nella cattiveria , ho assaggiato spesso l’acqua salata dell’ indifferenza. Chi ero: era indifferente per me. Ho vacillato sul fondo di questo mare più volte , fino a quando poco tempo fa ho deciso che sarei risalita su e non mi importa quanto lontana sia la spiaggia, so che arriverò da lei. Ho assaporato la tristezza profonda per la prima volta alla tenera età di 15 anni, ho iniziato a lottare contro le mie ansie e le mie paure, contro la mia mente molto autodemolitrice. Ma il mio più grande demone, la mia oscurità alla quale ho dato anche un nome, Morgana, è arrivata nell’estate del 2009, il mio demone ha un volto e un nome, è un ragazzo biondo, alto 1.80, magro, di nome Alessio, così disse. Un ragazzo a cui io non mi sarei mai avvicinata. La classica persona che non ti ispira nessun interesse, quasi quasi ti disgusta anche un po’. Ero ad una festa estiva che un piccolo paese vicino a dove abito fa ogni anno. Ero con due ragazze, ricordo che nella grande folla notai subito questo ragazzo come se la mia mente mi mandassi dei segnali , degli avvisi, i miei ricordi stanno svanendo col tempo, ma questo lo ricordo bene. Ricordo che provó ad approcciare, ovviamente con delle banalità, capii subito che dovevo allontanarmi, mi girai cercando queste due ragazze con la quale ero, non le trovavo, c’era molta gente sicuramente avevano trovato qualcuno che conoscevano, forse si erano a malapena spostate per salutare qualcuno in quei due secondi in cui questo ragazzo mi si avvicinó. Provai a spostarmi, ma niente non le vedevo, non sarebbe stato un problema, bastava prendere il telefono e mandare un sms, cosa che forse addirittura feci, ma nel frattempo che aspettavo una risposta ricordo che volevo andare a fare qualcosa, non ricordo se a bere qualcosa o a prendere da mangiare. Ricordo solo che mi sentivo seguita. Infatti così era. C’è un vuoto da questo momento, al momento in cui io mi sono ritrovata con una mano che mi tappava la bocca e una mano mi teneva i miei polsi legati dietro la mia schiena. Ero invisibile. Nessuno in quel mare di m**** di gente mi ha vista ? Ricordo che avevo solo gli occhi a disposizione per gridare aiuto, dato che la mia bocca era tappata, sono sicura di aver pure incrociato lo sguardo di qualcuno, ma niente nel frattempo venivo trasportata e non sapevo ancora dove. Mi sono ritrovata in un campo di viti, li dietro al parcheggio, nessuno poteva vederci e nessuno poteva sentirmi per la forte musica che c’era quella festa. Forse avevo uno zaino o una borsa, ricordo che pensavo a come riuscire a prendere il telefono, ragionavo, ragionavo a mille, ma tanto non potevo fare niente non potevo muovermi. È sicuramente stato il punto in cui io ho smesso di vivere. Detto così può può dire tanto come può dire nulla, ma da quel momento io ho smesso di vivere una vita serena, ho smesso di provare emozioni positive, ho smesso di avere rispetto per me stessa, proprio come stava facendo Alessio. Quel ragazzo mi aveva rubato la mia verginità, la cosa più intima che io potessi avere, era entrato dentro me senza che io lo volessi,  sicuramente non doveva essere lui la persona con cui  avrei deciso di diventare un tutt’uno con un’ altra persona per la mia prima volta. Da quel momento ho iniziato un viaggio verso la distruzione durato fino ad oggi. Ho passato diverse fasi tutte in reazione a quello che avevo vissuto. Tutte demolitrici e devastanti per la mia persona. Ho sperimentato ogni e dico ogni tipo di sostanze stupefacenti. Ho mescolato droghe come ketamina, cocaina, e alcool insieme. Ho passato anche il periodo non cui mi bevevo una bottiglia di vodka liscia a sera. Ho continuato a regalare il mio corpo. Ho continuato a distruggere me stessa, ho continuato da dove era rimasto Alessio. Poi sono cresciuta, sono uscita da alcuni brutti giri, ho avuto un distacco totale dal mondo esterno e sono entrata nel mio letto. Dal quale non uscivo se non per stretto necessario. Oggi, dopo 9 anni, posso dire che non ho passato male gli ultimi 3 o 4 anni, nonostante questo ragazzo mi abbia tolto la fiducia nell’amore e in un uomo. Posso dire che ho iniziato un percorso in cui nel finale e nel tragitto devo stare bene. Sto facendo entrare positività nella mia vita, sto provando ad avere fiducia in tutto. Sto rimettendo i pezzi di puzzle della mia persona insieme. Non sono io quella che deve passare notte insonni, quella che durante ogni rapporto sessuale non riesca a vivere al 100% l’emozione di quell’atto, non sono io che devo privarmi di questo piacere ancora, non sono io che devo arrivare a fare gesti estremi, a credermi una nullità, un nemico. Odio tutto quello che mi è successo. Non lo accetto, non accetto che sia capitato proprio a me, ma col senno di poi, detesto più me stessa per i mille modi sbagliati che ho avuto di reagire che lui. Non sono mai stata convinta che quello che è successo a me nessun altro lo abbia vissuto e nessun altro possa capirlo, ho iniziato a parlarne ora dopo troppi anni, conoscendo anche situazioni simili e situazioni molto peggiori. Quello che so è che non auguro a nessuno un’agonia senza fine come la mia. Non auguro a nessuno il dolore che ho provato, fisicamente e non. Non auguro a nessuno la morte in faccia. Di sognare quella persona quasi ogni notte, di vedere il suo volto In ogni ragazzo biondo che incontro, di provare dolore fisico durante i rapporti con la persona che si ama, non auguro tante altre cose. E non è mio compito vendicarmi e condannare quel bastardo. Non sta a me. Ma sta a me vincere tutto questo, spiccare il volo come un falco talmente in alto, dove questo mio mare di sofferenza sembri una macchietta nell’universo, nel mio nuovo universo.

 

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Questa è la mia rinascita. 

Adesso è arrivato il momento in cui devo impegnare ogni energia che ho per togliere la maschera che anni fa indossai. Una svariata sequenza di esperienze mi hanno portato in un limbo, da cui non riesco ad uscire. Questa mia parte oscura è stata cibata per bene, alimentata da me stessa certe volte, mentre tante volte questo fuoco è stato alimentato da altre persone, che con le loro tecniche erano riusciti a farmi diventare un oggetto radiocomandato. Mi sono resa conto di non piacere più nemmeno a me stessa, ho la sensazione di essermi appena svegliata dopo molto tempo e guardandomi allo specchio pensare “no, questa non sono io”. In questi ultimi giorni sono arrivata a dire, pensare e fare cose che non volevo, ma che -dovevo- dire,fare e pensare. É consufionale come concetto, ma mi sono avvicinata e mi sono fatta piacere cose che in realtà suscitavano in me un disgusto atroce. Ed ogni volta che mi trovo a fare una di queste cose demolitrici per me stsssa, mi ritrovo a correre per raccontarlo a certi elementi, come se dovessi sentirmi dire brava, avere un loro giudizio nel modo in cui io mi sto letteralmente facendo fuori. E loro non aspettano altro. Dalle maschere che indosso non so nemmeno più quali sono tali e quali no, non so cosa mi interessa realmente, non so descrivermi con 3 aggettivi, non so fare questo stupido giochino, perché dalle parti che mi sono creata non so più chi sono. E non mi da fastidio lasciarvi credere di essere un qualcuno che non sono, mi da fastidio quando raramente spunta qualcuno che capisce subito del fardello di cose che ho messo su da sola e riesce a vedere chi sono realmente. Questa è stata la cosa che mi ha acceso la lampadina, quando mi sono accorta che stavo rifiutando le ancore che mi venivano gettate. Ad essere impegnata nel costruire una Clarissa che non esiste mi sono persa occasioni, ho bruciato persone e speso tante di quelle energie in modo negativo, non posso recuperare ciò che è andato, ma posso continuare sulla strada in cui ho scelto di camminare, sarà un luogo tragitto, quando mi faranno male i piedi, gattoneró, quando le mie ginocchia saranno sbucciate, mi strisceró con le mani; uno dei pochi pregi che sono riuscita a mantenere è quello di essere testarda, ed ottenere sempre ciò che voglio. Lascerò la possibilitá a  chi vuole osservarmi, chiedermi come sto, lascerò anche la porta aperta a chi rosicherá quando vedrá che sono riuscita ad uscire dal loro labirinto in cui mi avevano chiuso. Sia chiaro, non ho intenzione di cambiare me stessa, non rinnego me stessa, rinnego i miei modi sbagliati che hanno poi fatto diventare sbagliati anche i contenuti; non smetterò di appassionarmi di Occulto, non schiferó le streghe e passerò alle fatine, non sostituirò il metal con musica da donne 40enni ritardate. Smetterò solamente di crearmi commedie in cui mi sento inadatta, insoddisfatta e immotivata. Se proprio devo continuare a fare l’attrice cercherò di mettere su rassegne teatrali in cui nel finale, io stia bene almeno..

Quante volte..

Spesso mi sono ritrovata a perdere la forza di credere in me stessa. Non so più quante siano state le volte che mi sono ritrovata a scendere le scale verso il più basso posto dentro me.. laggiù, infondo, danzando con la mia disperazione…

Tanta paura hanno dovuto vedere i miei occhi, tante volte gli ho bagnati … chissà quante volte ancora saranno costretti a questo.

Ferma al punto di partenza. Disperata, ma sicura di non voler diventare nessun altro se non la mia parte migliore. Quante volte mi sono ritrovata ad incendiare tutto quello che avevo intorno. Quante volte ho abbattuto le mura della gabbia che avevo costruito. Quante volte mi ci sono sentita stretta… quante larga.

L’immensità della paura di non riuscere ad uscire, le sensazioni di parete infinite e l’assenza di porte, di via d’uscita.

L’alternanza della luce e buio che hanno costretto alla mia pelle di diventare pallida.

La luce e l’oscurità che ho partorito, cresciuto, legato a me come un cordone ombellicale.

Il pozzo gelido in cui mi sono sempre immersa, le volte che mi sono ritrovata a gettarmi da un’altalena dove le corde erano le mie forze.

Quante volte ho visto la luce penetrare dentro la mia gabbia dall’esterno, non sapendo chi fosse a produrla.. e.. quante volte sono riuscita a vedere nel MIO buio lì dentro.

Quante volte ho sgridato me stessa e quante mi sono seduta accanto a Lei, a piangere, per non farla sentire più sola.

Paura di un’unica identità

Si dissolve nel niente questo tormento dell’anima.

Nella caverna, la fiamma di una candela. Con tutta la sua forza illumina quel che può.

Quasi niente, così piccola, ma basta la sua presenza per cessare il buio totale.

Continua a non vedere niente intorno, è persa, ma vede quella piccola luce, arancione che si perde insieme lei nella caverna. E’ cosi lontana, ma non farà perdere di vista il suo colore, si farà vedere.

E si ritroverà a camminare con il fuoco. In una strada di fuoco sulla quale percorrerà i primi passi verso la sua luce.

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Ogni passo, tre gradini, e fuori tutto quanto il male.

“Bentornata Lithium!”

Già lo aveva sentito che la salutava e le sembrava di aver appena chiuso gli occhi; tirato un sospiro di sollievo, immaginare intensamente al colore bianco e di spostare quella tenda..

Scendere le sue scale, ormai per tutte le volte al giorno che ci faceva visita, le aveva ben arredate. In sassi, pietre, e mattoni, Lithium amava i mattoni.

Strette, ma non così tanto, in ogni gradino ad entrambi i lati c’erano due vasi di fiori identici, dello stesso colore, un colore per ogni gradino. 9 gradini.

Artemisia, gerani, camelia, gardenia,orchidea,magnolia, calla, brionia, iris.

In fondo, un cancello, piccolo, alto quasi 1.80m, nero, in ferro, ben lucidato, gufi, cuori, quadri. Prevaleva il colore rosso..

Ma questa volta non era riuscita a scendere e fare ogni rituale. O forse non prestava più attenzione a questo. Non aveva realtà sua propria. Passava da un mondo all’altro troppo velocemente, non riusciva più a dividere, a gestire, mescolava persone e fatti, non ricordandosi di dove fossero accaduti, se nel suo mondo, o quello terreno.

Una cosa le era sempre stata certa, Lithium preferiva scendere quelle scale che restare intrappolata la fuori.

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L’ultimo incubo.

Era tutto finito davvero stavolta? Nemmeno se lo domandava. “Non importa”, pensava. Era riuscita a tirare quel sospiro di sollievo che per tanto tempo gli vietarono. In silenzio, come se non volesse far sentire a nessuno che ce l’aveva fatta. Era riuscita a fuggire da quel seminterrato nel bosco dove per tanto tempo era stata costretta a vivere. Senza poter uscire. Senza finestre, non doveva nemmeno sapere se era giorno, o se era notte. Aveva paura a respirare, paura che la sentisse. Quel giorno lui si distrasse, sicuro che Lithium non avrebbe reagito, stava su una sedia, leggeva un libro, uno dei suoi stupidi libri. Lithium fece finta di addormentarsi, per far si che la lasciasse in pace, per tutto il tempo, a volte anche per ore intere simulava il respiro di un sonno profondo. Fino a farsi scoppiare la testa dal troppo ossigeno.

Posò il libro sul tavolo, e i suoi passi si avvicinarono. Le poso le labbra sulla fronte, erano calde e carnose. Le spostò i capelli dal volto. E si fece spazio nel letto vicino a lei.

Si addormentò, sicuro di amarla, e sicuro di essere amato. Passarono poco più di 40 minuti, quando un vento gelido gli disurbò il sonno. C’era la porta spalancata. Il letto era ancora caldo. Non doveva essere fuggita da molto, Lithium.

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Un nuovo colore. 

Il tunnel era nero, sicuramente profondo, ma non più di quanto la sua immaginazione pensasse. Se si soffermava a guardare attraverso ad esso, il nero si sfumava in altri mille colori.  Vedeva bene attraverso al nero. Le era ben chiaro cosa ci fosse all’altra estremità. Non vi entrava dentro, ma sicuramente non scappava. Ascoltava quelle mani che la tenevano da dietro, come a dire ” non andare ” ; erano calde, grandi, sicuramente ben curate, di un uomo più o meno di 30-35 anni. Moro. Lei se lo immaginavo moro. Era passato tanto tempo, e sicuramente l’aveva aspettata lì. A un bivio. Ma non vi era nessun bivio. Era solamente un tunnel, un tunnel solo per lei.

Le posò il volto vicino all’orecchio destro, immergendo il naso nei suoi capelli e tirando un sospiro. Ascoltava il suo odore. Lithium amava chi ascoltasse il suo odore, gli altri sapevano solo ascoltare le sue parole, quelle poche volte che le usava; pure a se stessa la sua voce era estranea.

Ma loro, qualunque cosa succedesse, per quanto tempo potesse essere passato, loro si ritrovavano lì. Facevano l’amore, si univano, gli entrava dentro come la pioggia in un fiume, come tempere insieme creavano un colore nuovo. E mentre giurava a se stessa che non lo avrebbe più voluto incontrare, più faceva di tutto per far si che il tunnel venisse a lei, perchè dove c’era il tunnel, c’era lui.

Ma stavolta sapeva che era diversa, diversa dalle altre, accendendosi una sigaretta, fece un passo avanti, si fermò con l’intento di voltarsi, per guardarlo; aspettò che le sue mani la prendessero e la tirasserò a se, ma nessuno la toccò. Fece un altro passo, piano. Getto la sigaretta, e per la prima volta guardò dritto dentro al tunnel, e vide. Vide la luce, vedeva vita, e si chiese come di colpo in un secondo l’oscurità se ne fosse andata, alzò gli occhi al cielo, incredula, per accertarsi che non ci fosse il sole che stava per sorgere. No. C’era la luna, piena, esattamente sopra di lei, come un faro, come una guida: la sua guida. A giudicare dalla sua posizione, saranno state sicuramente le 03.23, la sua ora. Non guardò l’orologio, perchè era certa che fosse così. Inizò a correre, a correre così forte, che non ebbe nemmeno il tempo di ascoltare se mentre attraversava il tunnel, qualcosa le toccasse la pelle, il volto, le mani, i capelli. Se era caldo o se era freddo. Dolce o salato. Non fece in tempo. E si ritrovò dall’altra parte, si girò per vedere dove per anni era stata a fissare quel tunnel tremando dalla paura. Le scesero le lacrime, quando vide l’uomo avanzare verso di Lei, ma non stava correndo, e Lithium non capì come potessere essere già li, con la sigaretta che aveva gettato, stava fumando, non lo aveva mai visto fumare. Di colpo vide il suo volto, era bello, bellissimo, come la sua mente lo aveva disegnato. Perchè era tutto frutto della sua immaginazione, ma era anche realtà, perchè lui era li, la toccava, solo loro sapevano quante volte avessero fatto l’amore. Loro comunicavano senza parlare. Lithium le disse che non si sarebbero più rivisti, che adesso era forte senza Lui che la proteggesse, che la fermasse, che la tenesse solo per se. Lui le sorrise, evidentemente non credendo a quello che si sentiva dire. Per anni, troppi anni, aveva avuto il totale controllo di lei, con una gelosia che se fosse stata tangibile sarebbe stato sicuramente un qualcosa di molto rovente. Rosso fuoco, tendente all’arancione.

Lithium, con la sua freddezza, gli spiegò che era finito tutto, che non sarebbe mai più esistito, perchè era suo, lo aveva “inventato” lei, un pò come i bambini all’asilo che si creano un amico immaginario. Solo che, poi si era materializzato sul serio, Lithium aveva questa capacità quello che pensava: lo creava.

Fece un passo verso di Lui, abbastanza vicino per sentire che stava tremando di rabbia, ma non così tanto per vedere le lacrime, gli disse che avrebbe dovuto ringraziarla, che se non le lo avesse permesso non avrebbe mai e poi mai avuto il controllo, non sarebbe stato li.

Non gli dette il tempo di controbbaterla, come era suo solito fare; lo eliminò nella sua mente e di conseguenza anche da questo mondo, dal loro mondo, dal suo mondo, non c’era diffenza in questo tra “loro” e “suo”.

Avrebbero sofferto entrambi, Lei era sua. Era sempre e solo stata sua. Non aveva mai avuto nessun’altro se non lei. Mentre si aggiaccava in terra, straziandosi, le sue urla di dolore creavano cerchi color bianco nel buio. Ma Lui non sapeva, che a soffrire di più sarebbe stata Lithium, è vero, aveva vissuto la vita in totale sincronia con lei, seguendola e aspettandola di fronte a quel tunnel; ma Lui si che era suo. Lo aveva creato, immaginato, pensato, e distrutto lei.

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In silenzio fa un rumore disastroso. 

È tornata a trovarla Morgana. Entra senza bussare. Le devasta l’anima. Le taglia la gola, la voce non esce, la testa pesa, più pesa piú sei sua. Non avanza. Si ferma, e i suoi occhi diventano color rosso. Dal nero più profondo dell’abisso. 

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